Messier 67 (NGC 2682) è un ampio ammasso aperto situato nella costellazione del Cancro, a circa 2.600 anni luce da noi. E’ stato per molto tempo ipotizzato che potesse essere il probabile “luogo di nascita” del nostro Sole, ed esso in effetti ospita alcune delle stelle più simili al Sole conosciute, ma tale ipotesi è stata confutata alcuni anni fa da argomenti dinamici (fonte: Dark Sky New Mexico at Rancho Hidalgo, Animas, New Mexico).

Nell’universo, la nascita di una singola stella da una nube di gas è un evento alquanto improbabile. In effetti si ritiene che circa l’80-90% delle stelle siano nate in ricche “fucine di stelle” di più di 100 membri all’interno delle nubi molecolari giganti. Esempi nel cosmo se ne contano veramente tantissimi, ma forse i più noti sono M42 nella costellazione di Orione, M16 nella costellazione dell’Aquila (soprattutto nella zona dei cosiddetti “Pilastri della Creazione”) e M45, le celeberrime Pleiadi, un gruppo di stelle giovani, nate tute insieme un centinaio di milioni di anni fa.
Per il nostro Sole, si ipotizza una nube stellare contenente 1.000-10.000 stelle in formazione tutte più o meno nello stesso intervallo di tempo, e alcuni modelli prevedono che almeno una decina di “sorelle del Sole” si possano trovare entro i 100 parsec (poco più di 300 anni luce) di distanza da noi. E’ quindi altamente probabile che molte sorelle del Sole brillino sparse nella Via Lattea e la loro ricerca potrebbe avere profonde implicazioni sulle modalità attraverso le quali il Sistema Solare è arrivato ad ospitare la vita.
Se è stato così per il Sole, infatti, potrebbe essere accaduto lo stesso per una o più delle sue sorelle?

Ebbene, qualche anno fa un gruppo di ricercatori ha cominciato a cercare queste parenti disperse nella galassia partendo da una lista di possibili candidate scelte in base al loro moto proprio e alla loro composizione chimica. La radiazione elettromagnetica emessa da ogni stella (sia essa invisibile, come gli UV o la radiazione infrarossa, e quella visibile, la luce appunto) possiede infatti caratteristiche che la rendono simile ad un’impronta digitale, ad una firma quasi irripetibile. Analizzando le particolarità della radiazione elettromagnetica è possibile confrontarle e scoprire quanto sono somiglianti. Questo, unito ad un’orbita che, analizzata a ritroso, le riporti tutte in una zona ristretta del cosmo, cioè la nube di gas primordiale da cui hanno avuto origine, consentirebbe di trovare le giuste candidate.

HD 162826 in Ercole, probabilmente una delle sorelle del Sole

HD 162826 in Ercole, probabilmente una delle sorelle del Sole (fonte: Ivan Ramirez e Tim Jones, McDonald Observatory, modificata).

HD 162826

Avendo ben chiare queste linee guida, i ricercatori hanno scremato una lista di una trentina di possibili candidate fino a giungere a due stelle, HD 154747 e HD 162826, che per abbondanze chimiche e impatto di errori sistematici sembrano le migliori candidate a sorelle del Sole.
Tra le due, però, HD 154747 presenta un comportamento dinamico nel tempo che mal si sposa con un’origine comune a quella solare, per cui la più probabile sorella del Sole resta HD 162826. La sua “firma” elettromagnetica ha tutta la serie di caratteristiche (ad esempio, il rapporto relativo tra elementi quali baio e ittrio) richieste da una vera sorella del Sole, e anche l’analisi dell’abbondanza di elementi rari (lantanio, cerio, neodimio) e i dati di velocità radiale ad alta precisione sono compatibili per un’origine comune al Sole.

HD 162826 è una stella nana tardiva di tipo F8V, con una temperatura di 6210°K e del 15% più massiccia della nostra stella. Si trova ad una distanza di 110 anni luce nella costellazione di Ercole ed ha magnitudine 6,5, il che la rende alla portata di un buon binocolo.

Studiata per altri motivi da circa 20 anni, di lei si sa che non possiede pianeti cosiddetti “gioviani caldi”, cioè pianeti della massa di Giove che orbitano molto vicino alla stella madre(molto meno della distanza di Mercurio dal nostro Sole), né ha probabilmente pianeti della massa di Giove in un’orbita più distante. Per quanto concerne pianeti di taglia terrestre nella cosiddetta fascia abitabile, si attende l’utilizzo di metodiche di indagine più precise, e il satellite GAIA (Global Astrometric Interferometer for Astrophysic) in questo potrebbe essere cruciale.